
Il Segretario di Stato Mike Pompeo e
il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton sono tra i più accaniti
fan del loro pupazzo Guaidó, ma le "fratture" nella cerchia ristretta di Maduro e tra i militari di cui hanno parlato è
stata costantemente contraddetta da ciò che si è svolto a Caracas.
Lo sanno ormai tutti, anche i giornalisti statunitensi.
"Nonostante
quattro mesi di implacabile pressione americana, Maduro, non Guaidó, occupa il
palazzo di Miraflores. La grave crisi economica è stata amplificata a gennaio
dalle nuove sanzioni statunitensi sul gigante energetico statale. La mossa non
ha però disarcionato Maduro. I militari sono rimasti fedeli a lui.
Le dichiarazioni di Pompeo e Bolton sono passate
dall’essere audaci a essere contraddittorie. Vediamo alcune accadute settimana
scorsa.
Bolton ha affermato in un tw che tre degli alleati di Maduro lo avevano
abbandonato. Falso.
Il 30 aprile, Guaidó stava accanto ad alcuni
soldati su un’autostrada vicino ad una base aerea a Caracas annunciando
l'imminente fine del “regime di Maduro”. Bolton ha colto l'occasione per
inviare un messaggio a tre alti funzionari venezuelani che considerava i
probabili candidati ad aiutare ad aprire un governo di transizione con Guaidó.
Gli alti dirigenti menzionati nel messaggio di Bolton guidano l'establishment
della difesa, la guardia presidenziale di Maduro, e la Corte Suprema di
Giustizia. "Tutti erano d'accordo che Maduro dovesse
andarsene", ha detto Bolton ai giornalisti fuori dalla Casa Bianca,
sottintendendo che gli Stati Uniti avessero parlato con loro. Ma tutti e tre sono rimasti fedeli
a Maduro, e quella notte, uno di loro, il ministro della difesa Vladimir
Padrino López, ha rifiutato pubblicamente l'offerta americana. In piedi accanto a Maduro, Padrino López ha detto: "Non comprerete
con un'offerta disonesta, come se non avessimo dignità".
A questo punto, Ben Rhodes, l'ex vice consigliere
per la sicurezza nazionale dell'amministrazione Obama (che ora guida un gruppo
progressista di advocacy dedicato alla sicurezza nazionale), ha deriso Bolton
per le ripercussioni su Twitter.
Il ruolo degli Stati Uniti nella negoziazione con la cerchia ristretta di
Maduro non è chiaro. In un'intervista con Wolf Blitzer della CNN il 30 aprile,
Pompeo si è unito a Bolton nel suggerire che gli Stati Uniti avevano parlato
direttamente con i tre consiglieri che Bolton aveva chiamato in causa.
"Sappiamo che c'erano dirigenti di spicco all'interno del governo di
Maduro che erano pronti a lasciare il paese", ha detto Pompeo. "Ci
hanno raccontato molte cose nelle ultime settimane."
Peccato che questa non fosse la versione di Elliot Abrams, l'inviato speciale
degli Stati Uniti in Venezuela, che lo stesso giorno ha detto al giornalista Michele
Kelemen dell'NPR : “gli Stati Uniti non sono stati coinvolti in questi colloqui
ma ne sono a conoscenza".
Il giorno dopo Bolton cambia versione: in un'intervista con il conduttore
radiofonico Hugh Hewitt, contraddicendo il segretario di Stato, Mike Pompeo,
Bolton ha insistito sul fatto che i colloqui sono stati "gestiti
dall'opposizione in Venezuela" aggiungendo "Gli Stati Uniti non sono
stati coinvolti direttamente in esso".
Non è la prima volta che Pompeo viene lasciato solo a difendere un cambiamento repentino
nella politica USA. Il mese scorso, Trump e Bolton hanno contradetto Pompeo
sulla Libia e non è l'ultima volta che Trump ha minato Pompeo sul Venezuela in
particolare.
Pompeo e Trump su diverse lunghezze d'onda rispetto alla Russia
Russia e Cuba sono i due sostenitori
internazionali di Maduro che Washington ha incolpato di più.
Il Dipartimento di Stato ha accusato a lungo la Russia di intromettersi in
Venezuela, dove il Cremlino possiede diversi giacimenti petroliferi e mantiene
una quota considerevole nell'industria petrolifera statale, mentre Cuba ha
attirato l'ira di Trump per l'invio di personale medico e di supporto in
Venezuela.
Una delle più notevoli affermazioni
di Pompeo sulla stretta al potere di Maduro riguardava l'influenza dietro le
quinte della Russia negli affari venezuelani. "È
passato molto tempo da quando qualcuno ha visto Maduro", ha detto Pompeo a
Blitzer. "Aveva un aereo sulla pista di decollo, era
pronto a partire stamattina, ma i russi gli hanno ordinato rimanere." La
Russia ha negato questo resoconto e ha accusato Pompeo di usare
"falsi" per lanciare una "guerra dell'informazione".
”
L’incidente causato (e forse non casuale) da Pompeo ha portato ad una goffa
conversazione telefonica il giorno successivo con il ministro degli Esteri
russo Sergey Lavrov. Il Dipartimento di Stato ha riferito che Pompeo "ha
sottolineato che l'intervento di Russia e Cuba è destabilizzante per il
Venezuela". Secondo i russi, il Ministro degli Esteri Lavrov ha risposto
che le azioni americane hanno costituito una "grossolana violazione del
diritto internazionale" e avrebbero scatenato "gravi conseguenze".
Solo due giorni dopo la telefonata tra Pompeo e
Lavrov, i loro capi hanno avuto una conversazione che sembra reimpostare l'intero
paradigma. Durante la chiamata con il presidente russo Vladimir Putin, Trump ha
fatto marcia indietro: Putin "non sta affatto cercando di essere coinvolto
in Venezuela", ha detto Trump, "a parte che lui vorrebbe vedere
accadere qualcosa di positivo per il Venezuela".
Cosa Trump risponderà in futuro nessuno lo sa, ma
ha offerto un indizio a Fox News la scorsa settimana.
"Stiamo facendo tutto quello che possiamo
fare tranne l’ultima cosa", ha detto, riferendosi cupamente all'azione
militare. "Ci sono persone che vorrebbero farci fare l’ultima."
(fonte: LINK)